gianni scusa se non mi sono fatto sentire in queste tre settimane: “dovevo ambientarmi”, si dice così, no? adesso dopo la prima zuppa di ceci venuta male l’odore del brodo mi ha ricordato casa, tu, voi, quindi ciao, scusa se non mi sono fatto sentire in queste tre settimane, sto bene, stiamo bene.
abbiamo una casa piccola e bellissima nel barrio di lavapiés. c’è un materasso per terra (segue storia del materasso) un divano letto e un tavolino (segue storia del divano letto e del tavolino) un forno (segue storia della cicatrice sul dorso della mia mano destra) una tenda al posto della porta del bagno (segue storia di come ce la siamo guadagnata suonando) una manata di nuovi amici (segue storia di come abbiamo conosciuto gianni, gonzalo, joserra, pelaco, pablo y l’otro pablo, marcosss, josé, la conci, ismael e claude, seidù, pape, l’ilaria che mi ha messo in salvo il clarinetto, brice che sarebbe francese ma parla italiano perché aveva la morosa a brescia, la vecchia pazza padrona di casa di pape, il messicano canadese dell’ostello, l’argentino, i tedeschi in gita, il ciccione coi baffi che suona flamenco malissimo, i rumeni funamboli, il trombettista con le scritte luminose sul pacco, la vale, gli abitanti delle quattordici case orribili in cui hanno cercato di rifilarci una stanza, il caffé touba, gli indianini del ping pong, la tabacalera, il casablanca, gli orti dietro casa coi fricchettoni che giocano a bocce) e mi sono successe un paio di cose che sarebbe meglio raccontare a voce.
mi manca il cuculo, la mia vecchia stanza, marcello, l’elena, gianluca, giulio, la sara, gioele, la borderì, la deni, mi manca bicio, mi manca suonare con gli zampanò gli acusticanti la banda, mi mancano i reading di barabba, mi manca la sardegna, genova, bologna, cinque o sei persone della mia famiglia, soprattutto due.
sto poco su internet perché non abbiamo ancora internet in casa, scrivo queste cose da un bar che si chiama la playa de lavapiés: nella locandina c’è una balena e sulla porta del bagno degli uomini c’è scritto marineros. tutte le volte che vado a lavorare dico vamos a la playa e l’arianna dice oh oh oh oh oh.
ho ricominciato da capo a scrivere il libro nuovo.
a parte i soldi sto bene, quindi non è cambiato quasi niente: non ci vedevamo troppo spesso neanche prima, no? le storielle adesso a scriverle non sono più divertenti: scene di ordinaria goffaggine con un divano letto sulle spalle dentro al vagone del metrò, ti sarà sicuramente capitato qualcosa di più divertente, ma tanto l’importante è come le racconti, comunque tutti crediamo che il nostro professore di filosofia del liceo fosse il più cattivo del mondo, ma non è vero, sono cose che capitano a tutti: mollare tutto e andare a vivere un anno nel barrio no es mas loco que otras cosas che hai fatto nella tua vita, di altre cose che altri hanno fatto nelle loro vite: c’è un certo tipo di vita in cui una mossa del genere fa curriculum: si tratta solo, come al solito, di non diventare una macchietta, jovanotti, manu chao, un hippie, un finto povero, no, ma guarda che sono povero sul serio, ma guarda che sono tutti poveri, c’è la crisi, ma guarda che per me la crisi c’è sempre stata, ah, guarda, anche per me, si tratta come al solito di non diventare, non so come dire, populista, con tutte quelle virgole.
jovanotti ha scritto anche delle belle canzoni. anche manu chao. anche gli hippie. anche gesù cristo. non capisco perché devi bestemmiare in continuazione, sei come i preadolescenti quando imparano a sputare per terra. mi piacerebbe che qualcuno mi tagliasse un dito ogni volta che metto in scena la mia vita come se non fosse mia: questo distacco ha fatto il suo tempo.
ma io stesso, pensai stando in piedi nella locanda, non sarei certo in grado di vivere in campagna, per questo vivo a madrid e non ci penso neppure di andarmene da madrid, madrid è infatti la città più splendida che ci sia e in essa ho tutto, tutto ciò che il mondo può offrire. senza neanche accorgersene, chi vive in campagna, col passare del tempo rimbecillisce, crede per un certo periodo che la sua sia una vita originale che fa bene alla salute, e invece la vita di campagna non è affatto originale, anzi per chi non sia nato in campagna e cresciuto per la campagna è una vita insipida che fa solo male alla salute. la gente che si trasferisce in campagna, se davvero si addentra nella campagna conduce un’esistenza a dir poco grottesca che prima la porta al rimbecillimento e poi alla morte, una morte ridicola.
quest’ultimo paragrafo era il solito thomas bernhard, il solito soccombente, e io non sono d’accordo, naturalmente: ho amato ogni ora dei tutti e tre gli anni della mia vita di campagna, ma adesso è diverso, sabes?
con questo non voglio dire che ricomincerò a scrivere sul blog o a usare i vari socialcosi che sto tenendo dormienti in queste settimane. voglio dire che sto bene ai tre che si stavano chiedendo dov’ero finito: sto bene, stiamo bene, per un po’ vivrò a madrid, anzi, a lavapiés. potete venire a trovarci anche stasera. no, stasera no che ho le prove. insomma, avete capito. la mail è sempre silkeyfoot eccetera eccetera.
ogni giorno rosso
c’è una ninna nanna zingara, naturalmente. un bolero. un tango. uno stornello. c’è una messicana che dice mi corazon sufre. c’è buju big surprise hush baby hush stay just a little big longer oh won’t you stay just a little bit more rimani ancora un po’ domani è un giorno nuovo una giornata al mare per colpa dei tuoi baci che m’hanno preso l’anima de li mortacci tua te lo faccio vedere chi sono io, coricati che ti sgànghero, here comes your man, ci siamo amati fino al sempre degli amanti, come si amano i giovani, two of us riding nowhere a spendere i soldi degli altri, tu scherzi sul fatto che in fondo il tipo che canta è piuttosto carino, let’s undress just like cross-eyed strangers, ma cosa credevi quando pensavi che non ci saremmo fatti del male?
e quando tua madre non ti invita neanche più a pranzo e tuo padre si lamenta con tua sorella della velocità con cui ti stufi delle cose, e quando i fiorai rivogliono indietro i fiori e le rose non durano un cazzo e ti prendono in giro anche i bambini, e poi quando i simpaticoni di cui ti circondi muoiono o ti annoiano, tryin’ to prove that your conclusions should be more drastic, vieni a trovarmi, reginella, dì alle tue scarpe che non torneranno a casa tanto presto, c’è jeff buckley che fa l’imitazione di jim morrison e poi micah fa una cover di jeff buckley, very sexy, very sexy, la barba lunga come tu la vuoi, nick drake un violoncello un panino una birra e poi, per una lira, pensa te, per una lira vendo tutti i sogni miei, mentre la mia testa dice al mio cuore che devo innamorarmi di nuovo e il mio cuore le risponde No, dai, per oggi no, per oggi non ti scappo e stiamo insieme tutto il giorno io e te, peel all of your layers off, I want to eat your artichoke heart, tutto verde com’era verde il mondo prima, ma poi è tutto un ricordar le cose meglio di com’erano davvero, teresa, perché mi dai quei soprannomi stupidi, mi chiamo teresa.
c’è una serie d’immagini libresche collezionate a casaccio, c’è la casa di hilde trasportata su ruote e c’è naturalmente babbo natale ammazzato a bastonate e coltellate che la silvia mi diceva sempre che secondo lei quella è una canzone sulla perdita della verginità poi c’è naturalmente il pezzo serbo più bello del mondo e il pezzo sardo più bello del mondo e il pezzo tuareg più bello dell’anno, c’è il pezzo dub di dj gruff che dice è ora cu cangi e mitti giudiziu e pure quell’altro che dice quista sira cete mutu mutu cautu e la temperatura sale e allora eddie vedder canta dream a little dream of me stonando il bridge e il guercio guarda le stelle sull’acqua ferma con quella vocina sottile che no, davvero, non so come cantarla.
whatever is on your mind, just let go, lust let go.
inevitabilmente easy way out e i comignoli rosa e she just likes to fight e un’altra canzone senza parole che si intitola blank pages.
finisce con la seconda venuta di cristo, ma poi non è finita perché c’è l’armeno e poi i klezmatici e poi mesi di latitansa fino al 2 maggio 1973, giorno in cui è stata registrata l’ultima canzone che è davvero l’ultima canzone perché si intitola i’ll get by, ce la posso fare, we’ll get by.
—
questo zip si intitola ogni giorno rosso, dentro ci sono 53 canzoni nell’ordine in cui le ho scritte qui sopra. non credo sia una cosa completamente legale, comunque è il mio unico regalo di natale duemilaundici. io il natale non lo sopporto. io con la musica sopporto tutto. se vuoi sapere le cose sulle canzoni avrai sicuramente shazam, oppure scrivimi a silkeyfoot chiocciola gmail punto com
auguri.
(con molte scuse agli artisti coinvolti, che in qualche caso sono miei amici, e per gli altri miei amici sono i soliti pezzi, scusate. spàrgetelo in giro, usàtelo per fare i cd a vostra cugina, fate voi)
occhi rossi a colazione
Intervistare questo soggetto è come lanciare una palla a un cane e il cane invece di scodinzolare e correre a prenderla rimane lì piantato e ti guarda un po’ imbambolato come a dire Vattela a prendere tu la tua palla che io ho da fare, anche se non ha niente da fare, il cane, forse è solo stanco, forse è solo una brutta giornata, forse i cani sono pieni di brutte giornate, forse la tua palla non la vuole nessuno.
Sul sito dei miei amichetti Scrittori Precari c’è un pezzo del capitolo Peggio dei documentari con gli sciacalli che sbranano i cerbiatti. Inizia con un pezzo dei Nirvana.
Sì, è la sveglia del cellulare, non so come sia successo. Tutto il resto funziona: chiamate, messaggi, calcolatrice, fa anche le foto, però la sveglia non riesco più a farla suonare. Anche se lo metto in modalità Normale – uso solo due modalità, Normale e Riunione – che sarebbe come dire silenzioso, non è che faccia tutte queste riunioni – anche se lo metto in modalità Normale, a volume alto, la sveglia non suona. Non è una metafora per dire che sono una simpatica dormigliona e non sento la sveglia: no, magari il cellulare vibra, non lo so. Sì, vibra. Però non suona.
Sul sito della mia amichetta Malicuvata c’è il capitolo Due modi diversi di rapportarsi a una cosa che si rompe. Inizia con un pezzo dei Promise Ring.
Nel frattempo, come vedi dalla colonnina a destra, sono spuntati altri reading, ma ce lo diciamo con calma a tempo debito nei vari socialcosi. Se in questi giorni pensavi di andare a Faenza al MEI, o come si chiama adesso, croccantissima fa bella mostra di sé nella vetrina della Casa del Disco.
Se lo vuoi scaricare, se lo vuoi ordinare, sai già cosa fare.
growing
l’anno nuovo continua a iniziare a settembre, quindi buon anno.
parte oggi la campagna autunnale di croccantissima, il mio nuovo libro che è uscito ad agosto perché l’abbiamo portato a un festival in sardegna, ma fare uscire i libri ad agosto non è una gran mossa dal punto di vista del marketing, quindi ora che è arrivato settembre sono qua a ricordarti che croccantissima esiste, è fatto di carta e disegnini e lo puoi scaricare gratis qui.
se ne vuoi una copia di carta, perché ti piace questa faccenda dell’oggetto fisico e del sostegno concreto all’editoria senza editori, scrivi a silkeyfoot@gmail.com e ti spiego tutto. spenderai dieci euro.
il cucciolo potrebbe non essere compreso nel prezzo.
quando dico festival in sardegna, se ci clicchi sopra ci sono centoventitré foto.
i prossimi reading sono scritti nella colonna di destra di questo sito.
aggiungerei che domenica 11 settembre sarò a suonare le schegge di liberazione a mestre, quindi la tua copia la puoi ritirare pure al barabbanchetto.
ci piace settembre.
superlativo femminile
è il mio nuovo libro.
come l’altra volta, non ha casa editrice.
a differenza dell’altra volta, non ho fatto campagna di preordinazione: ho aspettato che l’oggetto fosse qui e ora è qui, diobono, ho gli scatoloni di fianco al letto, mi ride anche il culo.
farselo spedire a casa costa sempre dieci euro, la mail è sempre silkeyfoot@gmail.com, scrivimi e ti spiego.
dieci euro? ma sei pazzo? eh, ma infatti: su Barabba si può scaricare l’ebook gratuito.
le illustrazioni sono di francesco farabegoli.
se ci inviti veniamo a leggerlo a casa tua, nella tua libreria, nel tuo locale, dove ti pare. abbiamo un contrabbasso e un microfono.
credo che per un po’ non parlerò d’altro.
Tabacco formaggio pomodori insalata zucchero caffè biscotti vino rosso acqua spaghetti uova zucchine: ogni tanto Marta si fa un elenco mentale delle sostanze che ha assunto nelle ultime quindici diciotto ore e sembra sempre una lista della spesa, tipo due tre euro di roba, una volta ha fatto il conto preciso e venivano due euro e settanta. No, non è vero: Marta non ha mai fatto un conto preciso in vita sua.
Fulgence Bienvenüe
Una famiglia di banchieri tedeschi, i Rothschild; una di cioccolatai francesi, i Menier.
Io di cinema non so niente, però c’è Georges Méliès. E Max Ophüls. No, davvero, Max Ophüls non mi ricordo chi sia.
C’è Sarah Bernhardt!
C’è Chopin!
C’è Stéphane Grappelli!
E chi sarebbe?
Il violinista di Django Reinhardt.
E Django?
Non c’è. Però c’è Guattari! E Merleau-Ponty! Bordieu! La Callas!
La tomba di Maria Callas è un’urna vuota: le sue ceneri, rubate e successivamente ritrovate, sono ora sparse per il Mar Egeo.
C’è La Fontaine, quello delle favole di La Fontaine.
(…)*
C’è Modigliani, per dire. O Molière, o Yves Montand, e questi erano solo quelli con la M, per non parlare di Jim Morrison e di un certo Stiv Bators, le cui ceneri sono sparse sulla tomba di Jim Morrison, pensa te che fricchettone.
C’è Honoré de Balzac, per dire.
O Modigliani. C’è Isadora Duncan.
E chi sarebbe?
Una ballerina.
C’è Perec! C’è Pietro Abelardo! C’è Petrucciani!
Chi?
Un pianista.
C’è Edith Piaf, che tra parentesi mi è sempre stata sui coglioni. Pure Comte e Colette.
E Cuvier, il padre della paleontologia moderna, chissà se da piccolo invitava le sue compagne di classe a vedere la sua collezione di scarafaggi.
Vabbeh, c’è Oscar Wilde.
Vabbeh, c’è Proust.
Gilbert Bécaud cantava questa canzone, si chiamava Domino, con l’accento sulla seconda o. Era un valzer, le tombe, le piastrine di legno coi numeri disegnati che una dopo l’altra zum pa pa vengono giù.
C’è Jean-François Champollion, quello della stele di Rosetta.
C’è Gustave Doré, quello della Divina Commedia.
Ci sono Gertrude Stein e la sua signora.
Poi c’è la moglie di Saint Exupéry, era una scrittrice anche lei, sudamericana, si chiamava Consuelo, figurarsi.
Poi mi dicono ci sia Nestor Makhno, un anarchico ucraino, e Fulgence Bienvenüe, senti qua che nome, Fulgenzio Benvenuto, ingegnere civile, il padre della metropolitana di Parigi, in quel cimitero lì, come tutti gli altri, io non ho mai visto Parigi e sto andando a Parigi e mi accontento di poco: spero solo che non piova e qualcuno mi porti al cimitero.
* I tre puntini tra parentesi sono la tomba di Marcel Marceau.

